Salerno

Da Nocera Superiore ai set nazionali, il racconto di un talento visto nascere

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Ci sono bambini che non arrivano soltanto in una famiglia, ma in una comunità intera. Samuel Ventura è uno di quei bambini. Io l’ho visto nascere, crescere, muovere i primi passi, cambiare sguardo anno dopo anno. Ho parlato tante volte con sua madre e suo padre, Raffaella Bisceglie ed Emanuele Ventura, amici di lunga data, di resistenza, di quanto sia necessario tenere duro quando la vita chiede più forza di quella che sembra di avere, di quanto conti credere, o semplicemente nel bene e di quanto sia fondamentale circondarsi di amici veri, su cui poter contare davvero.

Da Nocera Superiore ai set nazionali, il racconto di un talento visto nascere

Forse anche la mia voglia di avere un terzo figlio è nata lì. Guardando Samuel nascere. Vedendolo piccolo. Poi un po’ più grande, poi sempre più sé stesso. A volte la vita insegna senza parlare, attraverso gli altri.
Oggi Samuel ha otto anni, è nato e vive a Nocera Superiore, frequenta la terza elementare ed è una delle giovani promesse più luminose del cinema e della televisione italiana. Ma prima di tutto resta un bambino curioso, sensibile, autentico. Ho immaginato questa come un’intervista fatta con amore, una conversazione intima con i suoi genitori, che racconta non solo un talento, ma una crescita condivisa.

Quando avete capito che Samuel aveva qualcosa di speciale?

Raffaella: «Non c’è stato un momento preciso. Samuel ha sempre avuto una grande capacità di ascolto, uno sguardo profondo. Non recitava, sentiva. E questo, per un bambino, è raro».

Emanuele: «Ci ha sorpresi per la naturalezza. Mai forzata. Mai costruita. Era lui. Ed è ancora lui».

Samuel cresce in una famiglia solida, insieme ai fratelli più grandi Ivan e Assia che ho seguito per un anno scolastico a livello didattico e che per lui sono guida e protezione. In casa loro si respira normalità: studio, giochi, sogni. Samuel ama gli scacchi, il basket e quando parla del futuro, dice una cosa bellissima: vorrebbe diventare biologo marino, perché il mare lo affascina, lo calma, lo chiama. Nel frattempo, però, il set è diventato un luogo familiare.

Come avete scelto il percorso artistico giusto per lui?

Raffaella: «Con molta attenzione. Per noi era fondamentale non rubargli l’infanzia. La Scuola di Cinema di Napoli, diretta da Roberta Inarta, è stata una scelta di cuore. Roberta ha saputo accompagnarlo, non cambiarlo».

Emanuele: «Samuel lì non è un piccolo attore. È un bambino che impara a esprimersi».

Un percorso seguito anche da un’importante realtà professionale: Samuel è rappresentato da Sara Martinelli dello Studio Emme di Roma, che ne tutela l’immagine e i passi artistici con grande cura.
Il pubblico ha già imparato a conoscerlo grazie al cortometraggio “Un nome che non è il mio”, disponibile su RaiPlay, realizzato per l’ottantesimo anniversario della Shoah. Un lavoro delicato, profondo, carico di memoria.

Che esperienza è stata quella di RaiPlay?

Raffaella: «Molto intensa. Samuel ha sentito il peso del messaggio, pur restando bambino. Non ha mai giocato con il dolore. Lo ha rispettato».

Emanuele: «Ci ha insegnato che l’arte può essere anche educazione, testimonianza».

Un’interpretazione che ha colpito per maturità ed empatia, confermando che il talento vero non ha età.
Il prossimo appuntamento è fissato per il 30 gennaio, su Canale 5, nella serie “Colpa dei sensi”, diretta da Ricky Tognazzi e Simona Izzo. Samuel interpreterà il piccolo Leonardo, un ruolo che promette di mostrare ancora una volta la sua naturalezza davanti alla macchina da presa.

Cosa augurate a vostro figlio, al di là della carriera?

Raffaella: «Che resti quello che è. Un bambino libero. Felice».

Emanuele: «Che non perda mai la sua luce. Il resto viene dopo».

Intorno a Samuel si muovono nuovi progetti, ancora coperti dal riserbo. Ma ciò che appare chiaro è il percorso: lento, protetto, autentico.
In un tempo che corre e divora tutto, Samuel Ventura ci ricorda che si può crescere senza bruciarsi, che il talento va custodito, che la fede, l’amicizia e la resistenza quotidiana contano quanto un provino riuscito.
E io, che l’ho visto nascere, posso dirlo senza retorica: a volte un bambino che cresce bene è già una vittoria per tutti.

Annalisa Capaldo

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