Nel Cilento, riscoprire gli antichi mestieri significa preservare un’identità collettiva costruita nel tempo. Le professioni del passato raccontano un mondo fatto di relazioni, fatica e saperi tramandati, offrendo una lente preziosa per comprendere l’evoluzione sociale ed economica del territorio. In un’area rimasta a lungo legata a ritmi rurali, la continuità ha spesso prevalso sulla modernizzazione rapida, permettendo a molte attività di sopravvivere più a lungo che altrove.
Dal baratto al recupero: la trasformazione del pezzaro
Tra le figure più emblematiche spicca il pezzaro, un tempo presenza familiare nei borghi cilentani. Con il suo carretto, raccoglieva stracci e materiali da costruzione, praticando un’economia basata sul baratto. In cambio, offriva la “ruàgna”, un semplice oggetto in terracotta. Con il passare degli anni, questa professione si è trasformata: oggi il pezzaro moderno opera nel settore dello smaltimento dei rottami e dei rifiuti ingombranti, segnando il passaggio da un’economia di scambio a servizi strutturati di recupero.
Mestieri in declino: calzolai e frantoi storici
Il miglioramento delle condizioni di vita ha inciso profondamente sulla domanda di alcune professioni. Il calzolaio, un tempo essenziale per la riparazione delle scarpe, è diventato una figura sempre più rara. Simile sorte hanno avuto molti trappìti, i frantoi tradizionali, un tempo diffusi grazie alla capillare coltivazione dell’ulivo e alla disponibilità di manodopera. La carenza di lavoratori ha colpito anche cantine vinicole e laboratori artigianali, come quelli dedicati alla produzione di pipe, oggi quasi scomparsi.
Trasporti, botteghe e maestranze d’eccellenza
Il mondo del lavoro cilentano comprendeva una fitta rete di botteghe: maniscalchi per la ferratura di cavalli e muli, trainieri impegnati nel trasporto di materiali edili, mugnai nei mulini ad acqua. Accanto a concerie e tappezzerie, spiccavano falegnami e scalpellini, veri maestri della materia, capaci di trasformare legno e pietra in opere funzionali e durature. La loro progressiva scomparsa rappresenta una perdita significativa per il tessuto produttivo locale.
Commercio e rituali quotidiani
Alcune attività giunte fino a oggi nascondono origini sorprendenti. Le cantine fungevano anche da luoghi di ristoro, mentre il tabaccaio vendeva il prodotto sfuso, pesandolo al momento. L’acquisto della pasta seguiva un rituale preciso: il cliente portava lo stiavucco, una tovaglia su cui la pasta veniva adagiata dopo la pesatura con il vilanzuni, una bilancia in ottone e ferro. Piccole quantità venivano invece consegnate in semplici sacchetti di carta.
Produzioni locali e rinascita culturale
Anche le bevande gassate erano prodotte localmente, grazie a macchinari che miscelavano acqua, anidride carbonica ed essenze importate, imbottigliando il tutto in contenitori di vetro con tappo meccanico. Oggi, sebbene la tecnologia abbia trasformato radicalmente questi processi, si assiste a un rinnovato interesse per i mestieri e i sapori di un tempo. Una riscoperta che non è nostalgia, ma valorizzazione culturale: il passato diventa risorsa per interpretare il presente e costruire il futuro.







