La decisione del Tar del Lazio di annullare il provvedimento di sospensione dal servizio nei confronti del colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo ha riacceso l’attenzione su uno dei passaggi più delicati della lunga vicenda giudiziaria legata all’omicidio del sindaco pescatore Angelo Vassallo, ucciso nel 2010 ad Acciaroli come riportato dal quotidiano Il Mattino oggi in edicola.
Il reintegro dell’ufficiale, coinvolto nell’inchiesta della procura di Salerno per il presunto depistaggio delle indagini sull’assassinio, è arrivato a pochi giorni da una scadenza processuale rilevante: il 30 gennaio il gup del Tribunale di Salerno potrebbe pronunciarsi sulla richiesta di rinvio a giudizio per Cagnazzo e per gli altri indagati.
Caso Vassallo, Cagnazzo riammesso in servizio: la reazione della famiglia
All’indomani della pronuncia amministrativa, è intervenuto pubblicamente Antonio Vassallo, figlio del sindaco ucciso, affidando ai social una riflessione dai toni misurati ma densa di contenuti. Nel suo intervento richiama parole spesso evocate nel corso degli anni – fiducia, forza, coraggio – sottolineando come, nel tempo, esse rischino di perdere significato quando il sistema non riesce a tradurle in coerenza e responsabilità. Un riferimento diretto a un percorso giudiziario che, a distanza di oltre quattordici anni dal delitto, non ha ancora trovato una definizione definitiva.
Antonio Vassallo spiega di aver riletto in questi giorni gli atti dell’inchiesta della procura, con l’obiettivo di ricostruire e comprendere ulteriormente quanto emerso dalle indagini. Un passaggio che diventa anche un richiamo a chi rivendica la volontà di conoscere la verità: secondo il figlio del sindaco pescatore, gli elementi non sono oggetto di interpretazioni personali, ma risultano formalmente documentati nei fascicoli giudiziari. È in questo contesto che si inserisce la sua valutazione sul reintegro in servizio di Cagnazzo, definito un atto che non può essere considerato privo di implicazioni.
Pur ribadendo il principio della presunzione di innocenza, Vassallo richiama il ruolo dello Stato, che nel procedimento sull’omicidio è parte civile, e la conseguente responsabilità delle istituzioni anche sul piano simbolico. Il ritorno alla divisa prima della conclusione del processo viene descritto come una scelta destinata a produrre effetti che vanno oltre l’aspetto strettamente giuridico, incidendo sulla memoria della vittima e sulla percezione di coerenza dell’apparato pubblico.
Il messaggio si chiude con un riferimento al lavoro della magistratura, nella quale la famiglia continua a riporre fiducia, auspicando che l’accertamento dei fatti possa arrivare fino in fondo, nel rispetto della memoria di Angelo Vassallo e delle istituzioni coinvolte. Sulla stessa linea si colloca anche l’intervento di Dario Vassallo, fratello del sindaco e presidente della Fondazione a lui intitolata, che pone interrogativi sul significato del reintegro in relazione al processo imminente. Nel suo commento richiama il capo d’imputazione contestato – concorso in omicidio con metodo mafioso – ribadendo che la vittima non fu solo un amministratore locale, ma un rappresentante dello Stato.








